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Rapporto ISPRA sui rifiuti speciali. PolieCo: “L'export dei rifiuti è un'emorragia di valore per l'industria italiana”

Rapporto ISPRA sui rifiuti speciali. PolieCo: “L'export dei rifiuti è un'emorragia di valore per l'industria italiana”

martedì 28 luglio 2026/Categorie: News, Comunicati stampa, Il Direttore - C.Salvestrini

L’ultimo Rapporto ISPRA sui rifiuti speciali restituisce l’immagine di un sistema che continua a produrre valore ma che, troppo spesso, lo lascia partire oltre confine. Non si tratta più di un fenomeno fisiologico, ma di opportunità industriali, investimenti e occupazione qualificata sottratti all’Italia.

Così PolieCo, il Consorzio nazionale del riciclo dei rifiuti dei beni in polietilene, commenta i dati sulle esportazioni contenuti nel Rapporto Rifiuti Speciali – Edizione 2026 di ISPRA, riferiti all’anno 2024.

“Continuiamo a spedire all’estero materiali che potrebbero alimentare le nostre filiere industriali, creando occupazione, investimenti e maggiore autonomia nell’approvvigionamento delle materie prime”, afferma la direttrice generale di PolieCo, Claudia Salvestrini.

I numeri del Rapporto parlano chiaro. Nel 2024 sono state esportate circa 3,3 milioni di tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi. Di queste, circa 2,5 milioni di tonnellate, pari al 74,3% del totale, sono costituite da rifiuti prodotti dagli impianti di trattamento, classificati prevalentemente con le voci del sub-capitolo 1912 dell’Elenco europeo dei rifiuti. Il 66,3% dei rifiuti non pericolosi esportati, oltre 2,2 milioni di tonnellate, secondo Ispra, è destinato al recupero di materia.

“Questo dato – sottolinea Salvestrini – dimostra che il problema non è soltanto la raccolta dei rifiuti, ma la capacità del sistema nazionale di completare il ciclo del recupero. L’Italia rischia di diventare un grande hub logistico dei rifiuti invece che un hub industriale del riciclo: raccoglie, seleziona, tratta e prepara i materiali, ma poi demanda ad altri Paesi la loro valorizzazione finale.”

Il valore industriale esiste, ma viene creato fuori dall’Italia perché il nostro Paese continua a scontare un deficit impiantistico, tecnologico e autorizzativo che denunciamo da anni. Il problema non sono i rifiuti, ma la nostra incapacità di trattenerne il valore. Da tempo chiediamo un’accelerazione delle procedure autorizzative, regole più chiare e uniformi e investimenti negli impianti di riciclo”.

Secondo il Consorzio, il principio europeo di prossimità deve tradursi in una concreta politica industriale capace di rafforzare le filiere nazionali.

“L’economia circolare si realizza quando il rifiuto torna a essere materia e viene reimpiegato nel sistema produttivo. Oggi, invece, stiamo costruendo una filiera che, in molti casi, prepara i materiali per il riciclo degli altri. Se non invertiamo questa tendenza – sostiene Salvestrini - continueremo a perdere competitività, investimenti e indipendenza nell’approvvigionamento delle materie prime. L’Italia deve smettere di essere un Paese che prepara rifiuti da esportare e tornare a essere un Paese capace di trasformarli in risorse per la propria industria”.

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