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Dal capodoglio impigliato alle balle di Follonica, la colpa è della plastica o dell’uomo?

Dal capodoglio impigliato alle balle di Follonica, la colpa è della plastica o dell’uomo?

mercoledì 1 luglio 2020/Categorie: Il Direttore - C.Salvestrini

Che sia il capodoglio liberato da una rete da pesca al largo delle isole Eolie o l’immagine dell’orso che nuota in un lago con il muso incastrato in un fusto di plastica, di quelli dei dispenser d’acqua, si tratta in egual modo di immagini raccapriccianti, dinanzi alle quali c’è da chiedersi: “Di chi è la colpa?”. E’ forse colpa della plastica che da sola, con vita propria e particolare intraprendenza, sceglie di andare a degradarsi in mare, fiumi o laghi, o forse bisogna riportare l’attenzione sul ruolo umano? Evidentemente la risposta è sì e deve essere un richiamo a una riflessione seria sulla responsabilità. La cronaca di tutti i giorni mette in evidenza le falle di un sistema di gestione dei rifiuti, dalle maglie così larghe da consentire traffici illeciti, negligenza e incompetenza, con la conseguenza di danni all’ambiente e alla salute. E, come se non bastasse, nel Paese dello scaricabarile, il principio del  ‘chi inquina paga’ diventa purtroppo solo un esercizio retorico. Nelle ultime settimane è ritornato alla ribalta il caso delle ecoballe finite nei fondali dell’area di Follonica, nel cosiddetto ‘Santuario dei cetacei’. Dopo cinque anni dall’abbandono in mare di diverse tonnellate di rifiuti plastici, tutto è finito in un rimbalzo di responsabilità e lungaggini che non hanno portato a nulla. Intanto quei materiali, che in parte viaggiavano come merce, ma nulla cambia ai fini dell’impatto ambientale, giacciono in uno dei paradisi marittimi più importanti del nostro Paese. Plastiche in parte già ridotte in frammenti e che rilasceranno additivi chimici, che potranno andare alla deriva, da balle diventare singoli oggetti liberi di circolare in balia delle correnti, che occuperanno spazio vitale sia in superficie che sul fondo. Un grido e un allarme lanciato con preoccupazione anche da Silvio Greco, il biologo marino fra i massimi esperti di plastiche in mare. E in questo contesto, qual è il segnale che è stato dato? In un valzer di omissioni e burocrazia, i rifiuti giacciono ancora lì.

 

La vicenda delle ecoballe esprime la sua gravità soprattutto in merito all’inadeguatezza con cui è stata affrontata. Perché si è temporeggiato fino al punto di far scadere la polizza fideiussoria, quando questa poteva invece essere utilizzata a tutela dell’ambiente? Perché non è stato ripristinato il danno ambientale partendo dalla fideiussione? Magari in un momento successivo, gli organizzatori della spedizione si sarebbero potuti eventualmente rivalere su chi aveva materialmente effettuato il trasporto via mare, laddove si fossero accertate responsabilità. Senza contare che, dopo così tanto tempo, sarà anche difficile risalire alla vera natura del rifiuto. E se, ad esempio, quelle ecoballe fossero state impregnate di idrocarburi che nel frattempo avranno avuto il tempo di inquinare? Le plastiche ridotte in frantumi non saranno più recuperate con tutto ciò che ne consegue. Come al solito siamo di fronte all’ennesima tragedia ambientale in un Paese dove non si fa che parlare di green economy e circular economy, ma intanto, nella consapevolezza di tutti e nell’impunità generale, i rifiuti restano in fondo al mare.

 

 

 

 

 

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